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Infiltrazioni: 1 non è uguale a 1

Perché dire «basta che qualcuno mi faccia un’infiltrazione» è il primo errore

«Dottore, anche io ho provato le infiltrazioni.»

È una frase che, ogni volta, mi fa accapponare la pelle. Non perché il paziente abbia detto qualcosa di sbagliato. Il problema è ciò che spesso si nasconde dietro quella frase: l’idea che tutte le infiltrazioni siano uguali.

Un ago entra nell’articolazione.
Si inietta qualcosa.
L’ago esce.

Quindi, apparentemente, un’infiltrazione vale l’altra. Ma non è così.

La parte visibile è soltanto l’ago

Quando si parla di infiltrazioni, l’attenzione finisce quasi sempre sulla procedura: chi la esegue, se utilizza l’ecografo, dove viene inserito l’ago, quanto farà male.

Sono aspetti importanti. La precisione, l’esperienza e l’ecoguida possono certamente fare la differenza.

Ma non sono il punto principale.

Un’infiltrazione eseguita perfettamente può essere completamente inutile se viene effettuata per il problema sbagliato, nel momento sbagliato o utilizzando il prodotto sbagliato.

Si può mettere l’ago esattamente nel punto desiderato e, nonostante questo, non ottenere alcun risultato.

Perché il dolore potrebbe non provenire dall’articolazione.

Perché quella particolare articolazione potrebbe non avere bisogno di essere infiltrata.

Perché il prodotto scelto potrebbe non essere adatto a quella situazione.

Perché il paziente potrebbe aver bisogno di un trattamento diverso, oppure dello stesso trattamento, ma in un altro momento.

La tecnica conta. Ma viene dopo la decisione.

La vera differenza comincia prima ancora di prendere in mano la siringa.

Bisogna capire da dove nasce realmente il dolore. Non basta vedere un po’ di artrosi o di usura in una radiografia: dopo una certa età, o negli sportivi professionisti, sarebbe quasi più strano non trovarla.

Bisogna stabilire quale struttura stia provocando i sintomi, quanto sia attiva l’infiammazione, quali problemi siano associati e quale risultato sia ragionevole aspettarsi.

Poi occorre scegliere che cosa utilizzare.

Non esiste soltanto “l’acido ialuronico”. Esistono prodotti differenti, con caratteristiche, concentrazioni e comportamenti diversi. Esistono antinfiammatori, collagene, fattori di crescita, derivati del sangue e altre possibilità terapeutiche.

Non sono figurine da collezionare e non sono intercambiabili.

Anche la quantità, il numero delle sedute, la distanza tra un trattamento e l’altro e l’eventuale associazione tra terapie possono cambiare il risultato.

Soprattutto, bisogna sapere che cosa fare dopo.

Quanto attendere?
Come valutare la risposta?
Quando modificare il percorso?
Quando fermarsi?
Quando riconoscere che il problema non è quello che sembrava inizialmente?

Questa è la parte che il paziente non vede. Ed è spesso quella che conta di più.

«Basta che qualcuno me la faccia»

Capisco il ragionamento.

Il paziente ha dolore, ha sentito parlare di infiltrazioni e cerca qualcuno che possa eseguirle rapidamente. Magari vicino a casa, al prezzo più basso e il prima possibile.

Ma un’infiltrazione non è un prodotto da acquistare.

Non è come chiedere una confezione di un farmaco già deciso. È una scelta medica che dovrebbe nascere da una diagnosi, avere un obiettivo preciso ed essere inserita in un percorso.

Dire «basta che qualcuno me la faccia» significa considerare importante soltanto il gesto finale.

È come giudicare un cuoco dal modo in cui tiene il coltello, senza chiedersi quali ingredienti abbia scelto, quali dosi abbia utilizzato e che cosa stia cercando di preparare.

Il movimento può sembrare identico. Il risultato no.

A che cosa serve il metodo MCC®

Il metodo MCC® nasce proprio da questa considerazione: un’infiltrazione non deve essere un gesto isolato, ma parte di un ragionamento clinico.

Non serve a inventare un altra tecnica. Non serve semplicemente a dire che si utilizza l’ecografo. Serve a mettere ordine in tutto ciò che viene prima, durante e dopo il trattamento:

la diagnosi corretta, la selezione del paziente, l’indicazione, il prodotto, il dosaggio, il punto da trattare, i tempi, le associazioni terapeutiche, il controllo dei risultati e l’interpretazione dell’eventuale fallimento.

Ed è proprio quando tutto questo lavoro resta invisibile che la puntura, quando funziona, può sembrare magica e il medico trasformarsi in un mago.

In altre parole, il metodo non parte dalla domanda:

«Quale infiltrazione facciamo?»

Parte da una domanda diversa:

«Qual è il problema e quale trattamento può avere più senso in questo momento?»

A volte la risposta sarà un’infiltrazione.

A volte sarà un percorso più articolato.

A volte sarà meglio non infiltrare affatto.

Anche questo fa parte del metodo.

Le domande che un paziente dovrebbe fare

Prima di sottoporsi a un trattamento infiltrativo, un paziente non dovrebbe limitarsi a chiedere:

«Fate infiltrazioni?»

Dovrebbe chiedere:

Qual è la diagnosi?

Perché pensa che questa infiltrazione possa servirmi?

Perché ha scelto proprio questo prodotto?

Quale risultato possiamo ragionevolmente aspettarci?

Che cosa faremo se non funzionerà?

Sono domande semplici, ma separano una puntura da una terapia.

Perché due persone possono utilizzare entrambe una siringa, un ago e persino lo stesso ecografo.

Ma questo non significa che stiano facendo la stessa cosa.

Quando si parla di infiltrazioni, 1 non è uguale a 1.

E il paziente dovrebbe saperlo prima, non dopo aver detto ancora una volta:

«Le ho già provate. Non funzionano.»

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Infiltrazione o puntura

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