Efficace ma soft, il trattamento bio della cartilagine

A metà tra la terapia conservativa e l’intervento chirurgico, viene effettuato con successo dal dottor Sergio Crimaldi

Le nuove ricerche scientifiche e i trattamenti biologici come concreta speranza nella risoluzione delle patologie della cartilagine articolare.

È il caso dei trattamenti biologici praticati dal dottor Sergio Crimaldi, chirurgo ortopedico in Humanitas, a Castellanza, nel reparto di “Ortopedia 2 Chirurgia ortopedica minivansiva e nuove tecnologie”, che lavora in diversi studi tra Lucca e Livorno e si occupa di terapia articolare da 20 anni.

Il trattamento biologico della cartilagine si pone a metà tra quello conservativo (assunzione di antinfiammatori e infiltrazioni di acido ialuronico) e quello chirurgico (tramite diverse tecniche conservative o sostitutive, cioè protesi). “È una via di mezzo – precisa -, perché in termini di aggressione sull’articolazione non è mininvasivo come un’infiltrazione di acido iarulonico, ma nemmeno così aggressivo quanto la sostituzione con la protesi”. L’obiettivo è di ridurre l’infiammazione e stimolare la cartilagine a ripararsi attraverso l’introduzione di cellule staminali mesenchimali (Msc), in grado di cambiare forma e di innescare processi rigenerativi e curativi in moltissime sedi. Si parla nella sostanza di possibilità di “salvare” la cartilagine con opportune stimolazioni e con co-fattori esterni.

“La cartilagine è un tessuto connettivo che riveste le articolazioni, presente in diverse parti del corpo, ed è elastico e flessibile – spiega lo specialista -. Rivestele estremità delle ossa e protegge le articolazioni dagli attriti durante i movimenti, ma può subire lesioni lievi o gravi. Il particolare è che non si rigenera se lesa, e si può intervenire solo per ripararla. In genere i problemi principali sono da usura e su base degenerativa (da artrosi), nonché post traumatici. Pertanto queste tecniche possono essere utilizzate su persone che soffrono di artrosi, come sugli sportivi che spesso hanno lesioni da usura”.

Quando subentrano lesioni della cartilagine si perde la congruenza articolare e le ossa interessate si strusciano entrando maggiormente in compressione, con i conseguenti danni. Il ginocchio e l’anca sono tra le articolazioni più interessate. “Fino a un certo punto l’articolazione gestisce le sollecitazioni anomale – continua il dottor Crimaldi -, poi però non ce la fa più e i primi sintomi sono il dolore e i segni dell’infiammazione, con calore, rossore e tumefazione”. Significa che è il momento di recarsi dallo specialista. Il primo passo è in genere la radiografia, a meno che l’attenzione non si sposti subito sulla cartilagine e dunque si proceda con la risonanza. “È importante capire che non esiste un trattamento univoco, ogni paziente è diverso e si valuta da caso a caso – sottolinea l’ortopedico -, in virtù dei parametri fisici, dell’età, della patologia. La ‘cosa’ che fa bene a tutti non esiste”. Vale soprattutto per il trattamento biologico, il cui vantaggio maggiore è che si può provare a rimandare di qualche anno l’eventuale intervento di protesi (da 3 a 10 anni), quindi per i giovani, in tale condizione, è indicato provare la terapia, meno invasiva. È una tecnica non sperimentale, ma innovativa, pertanto con follow up piuttosto ridotto. Non vi si può sottoporre chi soffre di malattie del sangue, in generale. “Il trattamento è eseguito in una sala operatoria o in ambulatorio con requisiti specifici e ci sono due modalità – dice lo specialista -. La più completa è di associare all’introduzione delle cellule staminali l’intervento di artroscopia, mininvasivo, nel quale si praticano due forellini di mezzo centimetro e si introduce una telecamera con un altro eventuale strumento per valutare lo stato dell’articolazione e pure il passo successivo (che è la terapia biologica vera e propria), così da confermare in modo diretto quanto già visto con radiografia e risonanza. Peraltro questa pratica permette di riparare lesioni associate. Quindi si procede al prelievo delle cellule staminali dal paziente con microaghi (dalla zona periombelicale o dal sangue con un prelievo normale o con una piccola incisione dal bacino), si inviano a una macchina che le lavora e vi aggiunge i fattori di crescita (se il prelievo delle staminali non è avvenuto dal sangue) e altri tipi di sostanze. Tale preparato viene iniettato dal chirurgo nelle sedi in cui è necessario”.

La procedura è minimamente invasiva, in regime di day hospital e dura circa mezz’ora effettiva. Dovrebbe resistere almeno anni, benché ci siano casi in cui non serve ripeterla e altri in cui bisogna farlo anche prima. “Il nostro impegno, tuttavia, è di utilizzare, nella necessità, protesi meno invasive, riducendo al minimo l’aggressione chirurgica, costruite con materiali più innovativi in modo da durare più a lungo. Personalmente cerco di avere sempre più possibilità tra cui scegliere per curare un paziente e non focalizzarmi su singole tecniche”, precisa ancora il dottor Crimaldi. Insomma, il trattamento biologico è una tecnica iperspecialistica da praticare solo se indicata e pertanto da valutare direttamente con lo specialista. Va eseguita da chi ne ha padronanza, in vista di un futuro che vedrà man mano ridursi la distanza tra i diversi trattamenti, nel segno della cosiddetta protesi biologica, fatta di cellule.

Tratto da Più Salute & Benessere

Guestbook

Nicola
Ottima esperienza sotto tutti gli aspetti!