Running estremo: l’acido ialuronico nella prevenzione del danno articolare

Sono sempre più numerosi gli sportivi che si cimentano nel “running” estremo: oltre a super-maratona o ultra-maratona, che prevedono percorsi superiori ai 42 Km, esistono anche competizioni con percorrenze di 50 o 100 km, ma anche oltre.

Sebbene la corsa di lunga durata si avvicini maggiormente alle caratteristiche biomeccaniche dell’uomo, per il quale è più congeniale svolgere un lavoro prolungato a ritmi non elevati, piuttosto che un lavoro meno lungo ma più intenso, nasce comunque spontanea una domanda: correre così tanto, fa bene o fa male alla salute, ed in particolare, alle articolazioni?
Chi affronta le ultramaratone e le gare di endurance estremo, dovrà innanzitutto imparare a gestire il proprio patrimonio energetico, ma anche ad avere uno stile di corsa radente al terreno, per consentire una ridotta sollecitazione delle strutture articolari.
È noto che le forze che si generano durante la corsa possono avere un effetto benefico se sono inferiori al limite di trazione delle strutture articolari stesse e se il tempo di recupero è sufficiente al recupero dell’omeostasi articolare, ma possono procurare un danno se la sollecitazione è eccessiva e il tempo di riposo è insufficiente.
Inoltre, gli eventuali danni da overuse, sono influenzati da una serie di fattori estrinseci quali il genere, l’età, l’altezza, il peso, il tipo di personalità e fattori anatomici (tra i più importanti: la conformazione morfometrica dell’epifisi prossimale del femore, il ginocchio varo o valgo, il piede cavo o piatto, la densità ossea, l’elasticità muscolare, l’asimmetria degli arti inferiori) che possono determinare un’alterazione cinematica articolare.
Esistono poi una serie di fattori estrinseci, quali la metodologia di allenamento, il comportamento in gara e in allenamento, l’abbigliamento, le condizioni climatiche che possono influire anch’essi negativamente sull’omeostasi articolare.

Running estremo e danno articolare
Il sovraccarico, inteso come effetto lesivo di sollecitazioni ripetute ciclicamente per lungo tempo o con intensità elevate sull’apparato muscolo scheletrico, può essere causa di insorgenza di patologie croniche a livello articolare. L’articolazione più colpita è senz’altro il ginocchio. Uno studio recente, condotto su 10 corridori non professionisti, prima e dopo una maratona, ha mostrato, tramite l’utilizzo della risonanza magnetica, un’alterazione temporanea dei valori sulle scansioni T2 che potrebbero essere indice di degenerazione cartilaginea precoce.
Tali dati sono stati confermati da studi analoghi nei quali è emerso che le aree maggiormente sottoposte a carico sono quelle a più alto rischio di degenerazione in quanto associate ad alterazioni biochimiche e di specifici markers di metabolismo articolare.
Un recente studio che ha analizzato i markers di danno alla cartilagine prima, durante e dopo un’ultra-maratona di 308 km, ha portato gli autori a concludere che il danno cartilagineo è direttamente proporzionale alla distanza percorsa, aumentando con l’aumentare dei chilometri.

Prevenzioni del danno articolare: quale ruolo per l’acido ialuronico?
Uno degli obiettivi della ricerca futura, dunque, dovrebbe essere quello di concentrarsi sulla prevenzione o sull’intervento precoce di lesioni allo stato iniziale. È in quest’ottica che potrebbe entrare in gioco la terapia infiltrativa con acido ialuronico.
Una ricerca pubblicata sulla rivista Mayo Clinic Proceedings nel 2012 asserisce che fare attività fisica tutti i giorni è una pratica raccomandatissima e che chi fa sport è molto più sano di chi conduce un’esistenza sedentaria. Il punto è quanta attività fisica fa bene e quando comincia a fare male. Mediamente dai 16 ai 24 km settimanali sono ritenuti un buon esercizio.
La probabilità di ammalarsi raddoppia per coloro che corrono più di 90 km alla settimana.
Lo stesso articolo getta però un’ombra sulle conseguenze che l’esercizio fisico “estremo” può avere sul cuore. Si ipotizza che, oltre a cambiamenti cardiovascolari strutturali transitori e un innalzamento di alcuni biomarker cardiaci che tendono a tornare normali nel giro di una settimana, possano manifestarsi anche fibrosi miocardica, aumentata suscettibilità all’aritmia atriale e ventricolare ed eventi coronarici.
Analogamente, per le articolazioni, se l’intensità e la frequenza dell’allenamento non è eccessiva potrebbe avere un effetto benefico sulla struttura articolare stessa e, nel caso, indurre un danno reversibile. Qualora non si dia all’articolazione il tempo di recuperare dal danno articolare, questo diventerà cronico e ingravescente, portando l’atleta a conseguenze debilitanti.
Considerando che l’acido ialuronico ha la capacità di ripristinare un ambiente articolare fisiologico, è plausibile supporre che questo tipo di trattamento possa costituire un valido aiuto per recuperare e/o a mantenere l’omeostasi articolare di atleti che sottopongono le articolazioni a stress meccanici eccessivi. Sono però necessari studi specifici per meglio comprendere il ruolo del trattamento infiltrativo con acido ialuronico in questo tipo di applicazioni.

Sergio Crimaldi
Specialista in ortopedia e traumatologia

 

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Nicola
Ottima esperienza sotto tutti gli aspetti!