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Intelligenza artificiale e diagnosi medica: chi sta davvero visitando il paziente?

Una parte importante del mio lavoro consiste, spesso, nel rimettere in discussione una diagnosi già formulata.

Il paziente entra in studio convinto di avere una determinata patologia e ne esce, talvolta, con una spiegazione diversa. E magari anche con un trattamento completamente differente da quello che gli era stato prospettato.

Ma chi aveva formulato la diagnosi precedente?

E che cosa aveva spinto il paziente a cercare un altro parere?

Semplificando molto, potremmo raccontarlo così.

Dal 2005: il “barone”

Era il medico che visitava quasi senza alzarsi dalla scrivania: un modello che ancora oggi alcuni imitano, scambiando il distacco per autorevolezza e la lunghezza della lista operatoria per una misura del proprio successo.

Il paziente lo guardava con una certa diffidenza e si domandava:

«Ma come fa ad aver già capito tutto?»

Il “barone”, però, doveva anche dimostrare di avere molti interventi da fare. Era anche così che acquisiva valore. Gli interventi si contano, si raccontano e riempiono le statistiche. I pazienti che guariscono senza essere operati, molto meno.

E allora, a seconda della specialità chirurgica, arrivava rapidamente la sentenza:

protesi, ernia da operare, cartilagini da grattare, spalle da riattaccare, tonsille da togliere, appendice da asportare.

Non sempre, naturalmente. Ma abbastanza spesso da spingere molti pazienti a cercare una seconda opinione.

Dal 2015: la moltiplicazione dei percorsi

Con il tempo è comparsa un’altra dinamica.

Il paziente, spesso ancora prima di avere una diagnosi medica precisa, comincia un percorso rivolgendosi direttamente a una delle molte figure che oggi si occupano di movimento, riabilitazione, postura e benessere.

Fisioterapisti, personal trainer, chiropratici e altri professionisti possono avere competenze importanti e svolgere un ruolo prezioso, purché intervengano nel proprio ambito e all’interno di un percorso coerente.

Il problema nasce quando il trattamento comincia prima che sia stato chiarito che cosa si stia realmente trattando.

In alcuni casi si crea così una lunga catena di tentativi: si comincia un trattamento, si attende una risposta, si cambia approccio, si viene indirizzati a un altro professionista e poi, magari, si ritorna al punto di partenza.

Non necessariamente per malafede. Spesso accade perché ciascuno osserva il problema attraverso gli strumenti che conosce meglio.

Il paziente finisce però per diventare una sorta di pallina da ping pong, spostata da un percorso all’altro senza che nessuno si fermi davvero a riconsiderare la diagnosi iniziale.

E quando il problema rimane, cerca altrove.

Dal 2025: il “dottor IA”

Alle due dinamiche precedenti se ne è aggiunta una terza: quella dei pazienti che hanno già interrogato l’intelligenza artificiale e ne sono rimasti delusi.

Arrivano in studio avendo già formulato una diagnosi e, non di rado, avendo già provato le terapie suggerite dal “dottor IA”.

Hanno descritto i sintomi, caricato un referto, inserito alcuni valori e ricevuto una risposta ordinata, plausibile e spesso molto convincente.

Il problema è che una risposta convincente non è necessariamente una diagnosi corretta.

Non siamo ancora robot curati da robot.

E forse la domanda più importante da porre all’intelligenza artificiale non è:

«Che cosa ho?»

La domanda dovrebbe essere:

«Da dove ricavi le competenze per interpretare ciò che il paziente ti racconta e trasformarlo in una diagnosi, soprattutto senza visitarlo e senza guardarlo in faccia?»

Non è una domanda banale.

Io questa domanda all’intelligenza artificiale l’ho posta davvero.

La risposta, in sostanza, è stata questa:

«Nessuno può darmi una vera competenza clinica equivalente a quella di un medico, soprattutto senza esame obiettivo e senza osservare il paziente.»

L’intelligenza artificiale possiede grandi capacità di elaborazione, ragionamento e sintesi. Le sue risposte sanitarie vengono inoltre sottoposte a valutazioni costruite con il contributo di medici.

Ma questa non è una competenza clinica nel significato professionale del termine.

L’IA non ha un’abilitazione, non possiede esperienza diretta, non esercita una responsabilità sanitaria e non può eseguire un esame obiettivo.

Può prendere ciò che una persona le racconta e:

  • organizzare i sintomi;
  • individuare incongruenze o informazioni mancanti;
  • formulare possibili ipotesi;
  • segnalare eventuali elementi d’allarme;
  • suggerire domande da rivolgere al medico;
  • spiegare referti e termini complessi.

Ma il passaggio:

racconto del paziente → diagnosi

non è affidabile senza un’anamnesi guidata, l’osservazione, l’esame clinico e, quando necessari, gli accertamenti. Il rischio è costruire una diagnosi partendo dalla descrizione che il paziente ha già selezionato, interpretato e magari inconsapevolmente orientato.

E c’è poi quel particolare apparentemente secondario: l’IA non guarda il paziente in faccia.

Non vede il modo in cui entra, si siede, cammina, respira, protegge un arto, risponde a una domanda o cerca di evitarla.

Un medico comincia a raccogliere informazioni ancora prima di pronunciare la prima parola.

In una chat testuale, invece, l’intelligenza artificiale vede soltanto le parole che le vengono consegnate. Non può verificare ciò che il paziente riferisce e, soprattutto, non vede tutto quello che il paziente non riesce o non pensa di raccontare.

Ed è proprio lì, molte volte, che comincia la diagnosi.

OpenAI stessa dichiara che ChatGPT Health è progettato per supportare, non sostituire, l’assistenza medica e che non è destinato alla diagnosi o al trattamento. Allo stesso tempo, i modelli vengono migliorati e valutati con il contributo di centinaia di medici e mediante strumenti come HealthBench. Le due cose non sono contraddittorie: migliorare la qualità delle risposte non significa creare un medico digitale.

Detto in modo meno diplomatico: nel momento in cui comincia la responsabilità clinica, l’intelligenza artificiale fa un passo indietro.

Ed è giusto che lo faccia. Ma proprio questo dovrebbe impedirci di considerarla un medico.

Andremmo mai da un medico che, prima ancora di visitarci, ci dicesse: «Posso suggerirle qualcosa, ma non mi chieda di assumermi la responsabilità di dirle che cosa ha o di decidere che cosa debba fare»?

Probabilmente no.

Dott. Sergio Crimaldi

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Intelligenza artificiale e diagnosi medica: chi sta davvero visitando il paziente?

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