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Autore: Sergio Crimaldi

Infiltrazione o puntura

Infiltrazioni: 1 non è uguale a 1

Perché dire «basta che qualcuno mi faccia un’infiltrazione» è il primo errore

«Dottore, anche io ho provato le infiltrazioni.»

È una frase che, ogni volta, mi fa accapponare la pelle. Non perché il paziente abbia detto qualcosa di sbagliato. Il problema è ciò che spesso si nasconde dietro quella frase: l’idea che tutte le infiltrazioni siano uguali.

Un ago entra nell’articolazione.
Si inietta qualcosa.
L’ago esce.

Quindi, apparentemente, un’infiltrazione vale l’altra. Ma non è così.

La parte visibile è soltanto l’ago

Quando si parla di infiltrazioni, l’attenzione finisce quasi sempre sulla procedura: chi la esegue, se utilizza l’ecografo, dove viene inserito l’ago, quanto farà male.

Sono aspetti importanti. La precisione, l’esperienza e l’ecoguida possono certamente fare la differenza.

Ma non sono il punto principale.

Un’infiltrazione eseguita perfettamente può essere completamente inutile se viene effettuata per il problema sbagliato, nel momento sbagliato o utilizzando il prodotto sbagliato.

Si può mettere l’ago esattamente nel punto desiderato e, nonostante questo, non ottenere alcun risultato.

Perché il dolore potrebbe non provenire dall’articolazione.

Perché quella particolare articolazione potrebbe non avere bisogno di essere infiltrata.

Perché il prodotto scelto potrebbe non essere adatto a quella situazione.

Perché il paziente potrebbe aver bisogno di un trattamento diverso, oppure dello stesso trattamento, ma in un altro momento.

La tecnica conta. Ma viene dopo la decisione.

La vera differenza comincia prima ancora di prendere in mano la siringa.

Bisogna capire da dove nasce realmente il dolore. Non basta vedere un po’ di artrosi o di usura in una radiografia: dopo una certa età, o negli sportivi professionisti, sarebbe quasi più strano non trovarla.

Bisogna stabilire quale struttura stia provocando i sintomi, quanto sia attiva l’infiammazione, quali problemi siano associati e quale risultato sia ragionevole aspettarsi.

Poi occorre scegliere che cosa utilizzare.

Non esiste soltanto “l’acido ialuronico”. Esistono prodotti differenti, con caratteristiche, concentrazioni e comportamenti diversi. Esistono antinfiammatori, collagene, fattori di crescita, derivati del sangue e altre possibilità terapeutiche.

Non sono figurine da collezionare e non sono intercambiabili.

Anche la quantità, il numero delle sedute, la distanza tra un trattamento e l’altro e l’eventuale associazione tra terapie possono cambiare il risultato.

Soprattutto, bisogna sapere che cosa fare dopo.

Quanto attendere?
Come valutare la risposta?
Quando modificare il percorso?
Quando fermarsi?
Quando riconoscere che il problema non è quello che sembrava inizialmente?

Questa è la parte che il paziente non vede. Ed è spesso quella che conta di più.

«Basta che qualcuno me la faccia»

Capisco il ragionamento.

Il paziente ha dolore, ha sentito parlare di infiltrazioni e cerca qualcuno che possa eseguirle rapidamente. Magari vicino a casa, al prezzo più basso e il prima possibile.

Ma un’infiltrazione non è un prodotto da acquistare.

Non è come chiedere una confezione di un farmaco già deciso. È una scelta medica che dovrebbe nascere da una diagnosi, avere un obiettivo preciso ed essere inserita in un percorso.

Dire «basta che qualcuno me la faccia» significa considerare importante soltanto il gesto finale.

È come giudicare un cuoco dal modo in cui tiene il coltello, senza chiedersi quali ingredienti abbia scelto, quali dosi abbia utilizzato e che cosa stia cercando di preparare.

Il movimento può sembrare identico. Il risultato no.

A che cosa serve il metodo MCC®

Il metodo MCC® nasce proprio da questa considerazione: un’infiltrazione non deve essere un gesto isolato, ma parte di un ragionamento clinico.

Non serve a inventare un altra tecnica. Non serve semplicemente a dire che si utilizza l’ecografo. Serve a mettere ordine in tutto ciò che viene prima, durante e dopo il trattamento:

la diagnosi corretta, la selezione del paziente, l’indicazione, il prodotto, il dosaggio, il punto da trattare, i tempi, le associazioni terapeutiche, il controllo dei risultati e l’interpretazione dell’eventuale fallimento.

Ed è proprio quando tutto questo lavoro resta invisibile che la puntura, quando funziona, può sembrare magica e il medico trasformarsi in un mago.

In altre parole, il metodo non parte dalla domanda:

«Quale infiltrazione facciamo?»

Parte da una domanda diversa:

«Qual è il problema e quale trattamento può avere più senso in questo momento?»

A volte la risposta sarà un’infiltrazione.

A volte sarà un percorso più articolato.

A volte sarà meglio non infiltrare affatto.

Anche questo fa parte del metodo.

Le domande che un paziente dovrebbe fare

Prima di sottoporsi a un trattamento infiltrativo, un paziente non dovrebbe limitarsi a chiedere:

«Fate infiltrazioni?»

Dovrebbe chiedere:

Qual è la diagnosi?

Perché pensa che questa infiltrazione possa servirmi?

Perché ha scelto proprio questo prodotto?

Quale risultato possiamo ragionevolmente aspettarci?

Che cosa faremo se non funzionerà?

Sono domande semplici, ma separano una puntura da una terapia.

Perché due persone possono utilizzare entrambe una siringa, un ago e persino lo stesso ecografo.

Ma questo non significa che stiano facendo la stessa cosa.

Quando si parla di infiltrazioni, 1 non è uguale a 1.

E il paziente dovrebbe saperlo prima, non dopo aver detto ancora una volta:

«Le ho già provate. Non funzionano.»

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Intelligenza artificiale e diagnosi medica: chi sta davvero visitando il paziente?

Intelligenza artificiale e diagnosi medica: chi sta davvero visitando il paziente?

Una parte importante del mio lavoro consiste, spesso, nel rimettere in discussione una diagnosi già formulata.

Il paziente entra in studio convinto di avere una determinata patologia e ne esce, talvolta, con una spiegazione diversa. E magari anche con un trattamento completamente differente da quello che gli era stato prospettato.

Ma chi aveva formulato la diagnosi precedente?

E che cosa aveva spinto il paziente a cercare un altro parere?

Semplificando molto, potremmo raccontarlo così.

Dal 2005: il “barone”

Era il medico che visitava quasi senza alzarsi dalla scrivania: un modello che ancora oggi alcuni imitano, scambiando il distacco per autorevolezza e la lunghezza della lista operatoria per una misura del proprio successo.

Il paziente lo guardava con una certa diffidenza e si domandava:

«Ma come fa ad aver già capito tutto?»

Il “barone”, però, doveva anche dimostrare di avere molti interventi da fare. Era anche così che acquisiva valore. Gli interventi si contano, si raccontano e riempiono le statistiche. I pazienti che guariscono senza essere operati, molto meno.

E allora, a seconda della specialità chirurgica, arrivava rapidamente la sentenza:

protesi, ernia da operare, cartilagini da grattare, spalle da riattaccare, tonsille da togliere, appendice da asportare.

Non sempre, naturalmente. Ma abbastanza spesso da spingere molti pazienti a cercare una seconda opinione.

Dal 2015: la moltiplicazione dei percorsi

Con il tempo è comparsa un’altra dinamica.

Il paziente, spesso ancora prima di avere una diagnosi medica precisa, comincia un percorso rivolgendosi direttamente a una delle molte figure che oggi si occupano di movimento, riabilitazione, postura e benessere.

Fisioterapisti, personal trainer, chiropratici e altri professionisti possono avere competenze importanti e svolgere un ruolo prezioso, purché intervengano nel proprio ambito e all’interno di un percorso coerente.

Il problema nasce quando il trattamento comincia prima che sia stato chiarito che cosa si stia realmente trattando.

In alcuni casi si crea così una lunga catena di tentativi: si comincia un trattamento, si attende una risposta, si cambia approccio, si viene indirizzati a un altro professionista e poi, magari, si ritorna al punto di partenza.

Non necessariamente per malafede. Spesso accade perché ciascuno osserva il problema attraverso gli strumenti che conosce meglio.

Il paziente finisce però per diventare una sorta di pallina da ping pong, spostata da un percorso all’altro senza che nessuno si fermi davvero a riconsiderare la diagnosi iniziale.

E quando il problema rimane, cerca altrove.

Dal 2025: il “dottor IA”

Alle due dinamiche precedenti se ne è aggiunta una terza: quella dei pazienti che hanno già interrogato l’intelligenza artificiale e ne sono rimasti delusi.

Arrivano in studio avendo già formulato una diagnosi e, non di rado, avendo già provato le terapie suggerite dal “dottor IA”.

Hanno descritto i sintomi, caricato un referto, inserito alcuni valori e ricevuto una risposta ordinata, plausibile e spesso molto convincente.

Il problema è che una risposta convincente non è necessariamente una diagnosi corretta.

Non siamo ancora robot curati da robot.

E forse la domanda più importante da porre all’intelligenza artificiale non è:

«Che cosa ho?»

La domanda dovrebbe essere:

«Da dove ricavi le competenze per interpretare ciò che il paziente ti racconta e trasformarlo in una diagnosi, soprattutto senza visitarlo e senza guardarlo in faccia?»

Non è una domanda banale.

Io questa domanda all’intelligenza artificiale l’ho posta davvero.

La risposta, in sostanza, è stata questa:

«Nessuno può darmi una vera competenza clinica equivalente a quella di un medico, soprattutto senza esame obiettivo e senza osservare il paziente.»

L’intelligenza artificiale possiede grandi capacità di elaborazione, ragionamento e sintesi. Le sue risposte sanitarie vengono inoltre sottoposte a valutazioni costruite con il contributo di medici.

Ma questa non è una competenza clinica nel significato professionale del termine.

L’IA non ha un’abilitazione, non possiede esperienza diretta, non esercita una responsabilità sanitaria e non può eseguire un esame obiettivo.

Può prendere ciò che una persona le racconta e:

  • organizzare i sintomi;
  • individuare incongruenze o informazioni mancanti;
  • formulare possibili ipotesi;
  • segnalare eventuali elementi d’allarme;
  • suggerire domande da rivolgere al medico;
  • spiegare referti e termini complessi.

Ma il passaggio:

racconto del paziente → diagnosi

non è affidabile senza un’anamnesi guidata, l’osservazione, l’esame clinico e, quando necessari, gli accertamenti. Il rischio è costruire una diagnosi partendo dalla descrizione che il paziente ha già selezionato, interpretato e magari inconsapevolmente orientato.

E c’è poi quel particolare apparentemente secondario: l’IA non guarda il paziente in faccia.

Non vede il modo in cui entra, si siede, cammina, respira, protegge un arto, risponde a una domanda o cerca di evitarla.

Un medico comincia a raccogliere informazioni ancora prima di pronunciare la prima parola.

In una chat testuale, invece, l’intelligenza artificiale vede soltanto le parole che le vengono consegnate. Non può verificare ciò che il paziente riferisce e, soprattutto, non vede tutto quello che il paziente non riesce o non pensa di raccontare.

Ed è proprio lì, molte volte, che comincia la diagnosi.

OpenAI stessa dichiara che ChatGPT Health è progettato per supportare, non sostituire, l’assistenza medica e che non è destinato alla diagnosi o al trattamento. Allo stesso tempo, i modelli vengono migliorati e valutati con il contributo di centinaia di medici e mediante strumenti come HealthBench. Le due cose non sono contraddittorie: migliorare la qualità delle risposte non significa creare un medico digitale.

Detto in modo meno diplomatico: nel momento in cui comincia la responsabilità clinica, l’intelligenza artificiale fa un passo indietro.

Ed è giusto che lo faccia. Ma proprio questo dovrebbe impedirci di considerarla un medico.

Andremmo mai da un medico che, prima ancora di visitarci, ci dicesse: «Posso suggerirle qualcosa, ma non mi chieda di assumermi la responsabilità di dirle che cosa ha o di decidere che cosa debba fare»?

Probabilmente no.

Dott. Sergio Crimaldi

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#IntelligenzaArtificiale #DiagnosiMedica #Medicina #Ortopedia

Perché ho deciso di aprire questo spazio

La medicina offre molte possibilità. Il compito del medico è capire quali servono davvero.

Dopo molti anni di attività clinica, sentivo la necessità di creare uno spazio nel quale parlare di medicina con un linguaggio diverso da quello di una visita, di un congresso o di una pubblicazione scientifica.

Non per semplificare argomenti complessi fino a renderli superficiali. E neppure per distribuire consigli generici, diagnosi a distanza o soluzioni valide per chiunque.

Questo spazio nasce per condividere un modo di ragionare.

Oggi abbiamo a disposizione esami sempre più precisi, tecnologie sofisticate, nuovi trattamenti, prodotti biologici, procedure mininvasive e possibilità chirurgiche impensabili fino a pochi anni fa. È un progresso straordinario, del quale sarebbe assurdo negare il valore.

Ma l’aumento delle possibilità rende ancora più importante una domanda apparentemente semplice:

che cosa serve davvero a questa persona, in questo momento?

La risposta non coincide necessariamente con il trattamento più recente, più costoso o più tecnologico. E non coincide neppure, per principio, con la scelta meno invasiva.

Ci sono situazioni nelle quali attendere è corretto. Altre nelle quali aspettare significa soltanto prolungare inutilmente dolore e limitazione. Ci sono pazienti che possono ottenere molto da un trattamento conservativo ben costruito e altri per i quali la chirurgia rappresenta la scelta più ragionevole. Esistono terapie molto promettenti quando vengono utilizzate con l’indicazione giusta, ma deludenti quando vengono proposte come risposta automatica a problemi differenti.

Per questo non mi riconosco nelle contrapposizioni troppo semplici.

Chirurgia contro terapia conservativa.
Tecnologia contro esperienza clinica.
Farmaci contro trattamenti biologici.
Intervento contro attesa.

La medicina reale raramente funziona per schieramenti.

Sono un chirurgo ortopedico e conosco il valore della chirurgia. In molti casi può restituire autonomia, movimento e qualità di vita. Ma proprio perché la pratico, ritengo importante non considerarla né un fallimento del percorso conservativo né una conclusione inevitabile di ogni problema articolare.

Allo stesso modo, utilizzo terapie infiltrative, medicina rigenerativa e trattamenti conservativi. Ma nessuno di questi strumenti possiede un valore assoluto. Un trattamento non è efficace perché appartiene a una determinata categoria o perché viene presentato come innovativo. Diventa utile quando nasce da una diagnosi corretta, da un’indicazione ragionata e da un obiettivo realistico.

Prima di decidere che cosa fare, bisogna capire che cosa stiamo realmente trattando.

Può sembrare un’affermazione ovvia. Nella pratica quotidiana, però, non sempre lo è.

Un’immagine radiologica può mostrare un’alterazione senza dimostrare che sia quella la causa del dolore. Una risonanza può descrivere molte cose e, nello stesso tempo, non spiegare il sintomo principale. Un’articolazione può essere soltanto una parte del problema. Persino un trattamento eseguito tecnicamente in modo impeccabile può risultare inutile se viene applicato alla diagnosi sbagliata.

La precisione del gesto conta. Ma viene dopo la precisione del ragionamento.

Una scelta di cura non dovrebbe dipendere soltanto da ciò che è tecnicamente possibile, ma da ciò che è realmente indicato.

Riconoscere che un trattamento non serve fa parte della cura.

Nel blog parlerò soprattutto di questo.

Di artrosi, dolore articolare, infiltrazioni, medicina rigenerativa e chirurgia, ma anche dei dubbi che precedono una decisione. Cercherò di spiegare perché due pazienti con immagini simili possono aver bisogno di trattamenti diversi, perché non tutte le novità rappresentano automaticamente un progresso e perché anche ciò che funziona deve essere utilizzato nel momento e nel modo corretti.

Non troverete promesse, classifiche del “trattamento migliore” o risposte valide per chiunque.

Troverete, spero, criteri utili per porre domande migliori e comprendere più chiaramente le possibilità disponibili.

All’interno di questo spazio troveranno posto anche alcuni dei principi che hanno portato alla nascita del metodo MCC® – Motus Cura Crimaldi: partire dalla diagnosi, definire obiettivi realistici e scegliere gli strumenti in funzione della persona, senza trasformare una singola terapia in una risposta valida per tutti.

Nei prossimi mesi questo spazio accompagnerà anche l’uscita di Stare bene è diventato faticoso, un progetto diverso, nato da una riflessione più ampia sulla medicina e sul nostro rapporto con la salute. Il libro seguirà il proprio percorso. Qui, invece, resteremo soprattutto sul terreno delle scelte concrete, dei problemi clinici e delle decisioni che ogni giorno riguardano pazienti e professionisti.

Perché la medicina non dovrebbe limitarsi ad aumentare il numero delle cose che possiamo fare.

Dovrebbe aiutarci, prima di tutto, a capire quali vale la pena fare.

Sergio Crimaldi